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Lo scopo dichiarato di «Ipredator» è aggirare le leggi, soprattutto svedesi e francesi, che rendono più difficile scaricare illegalmente file online e inaspriscono le pene. Non a caso in Svezia i giovani che ricorrono ai servizi che garantiscono l’anonimato sono già il 10 per cento. In qualche modo le forze di sicurezza inglese lo avevano previsto lanciando anche un allarme: rendere più dure le pene per le violazioni del copyright favorisce la pratica di occultare la propria identità sul Web, che con il tempo potrebbe favorire attività socialmente molto più pericolose che scaricare musica o film

dal Corriere della Sera



Ohhh! Incredibile! Ora che hanno scoperto l’acqua calda… ci facciamo un thè?


La fine di Geocities, in qualche modo, segna pure il passaggio definitivo ad un nuovo concetto di pubblico della Rete: chi si arrabattava con le scritte “under construction” con tanto di GIF animate era un pioniere, che metteva mano al codice e creava strutture con i frame (oggi spariti e deprecati negli standard moderni dell’HTML) in cui infilava le proprie passioni.

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Tutte iniziative, le mailing list e i webring, che oggi la stragrande maggioranza dei navigatori manco sanno cosa sia: non è questione di elitismo o sciovinismo, è la realtà di un Web in cui l’homepage su Geocities è stata sostituta dal proprio profilo su MySpace (autentico erede del ruspante kitsch del suo predecessore) o su Facebook (paragonabile per pervasività, specie nel mercato italiano). Ma sono strumenti diversi, user friendly: sono strumenti recintati, in cui le possibilità degli utenti sono costrette dai limiti imposti dagli sviluppatori della piattaforma. Sono strumenti dove non c’è più spazio per quelle trovate in Javascript che tenevano svegli nottate intere, per trovare il miglior effetto possibile per il mouseover sui tasti che conducono alle diverse parti del sito.

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Oggi su Internet ci sono milioni di persone in più, molti milioni di persone in più di quante ce ne siano mai state nell’era Geocities. Ma sono diverse: sono cittadini della Rete a tutti gli effetti, sono utilizzatori finali di strumenti confezionati per loro da imprenditori della Rete che badano al sodo e al business plan quando si producono nei propri sforzi.

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Internet è cambiata, gli strumenti e gli obiettivi di Internet sono cambiati, chi tira le fila e chi popola Internet è cambiato. Prendiamone atto e salutiamo Geocities: e con lui tutta una fetta di occasioni per una Rete diversa che sarebbe potuta essere, ma che non sarà mai più. E adesso torniamo ad occuparci di trimestrali: che quelle ormai, più che le idee originali, sono il pane quotidiano di chi racconta il Web.

Luca Annunziata su PI: So long Geocities, and thanks for all the space



Un bell’articolo. Da leggere.
Sono passati “solo” alcuni anni, ma sembrano ere geologiche.
Chi in quell’epoca avrebbe previsto tutto questo?


Se sei connesso a Internet puoi trasmettere ma anche ricevere. Sei un editore verso il mondo intero. 

Rick Falkvinge

Lo ricordo ancora.
Era questo che mi affascinava e stimolava di più: la potenza del “nuovo” approccio della rete.
Ed era il 1997.


Not sure what holds companies back from making the change. I’ve heard the arguments, they don’t hold up to reality. Google doesn’t spy on our email and if it’s something really sensitive we can add a password to the document or encrypt the content. I’ve done that exactly once in the last year. Your company email passes unencrypted through dozens of relays, regardless of what email provider you use. Any one of those relays could be copying and storing those messages. So what would make Google any bigger risk than any one of them? 

HangingChad



Non ne ricordo la paternità, ma una volta si diceva: “Non scrivere in una mail quello che non vorresti pubblicato sulla prima pagina di un giornale.”
Chi lo ricorda nell’era dell’Internet delle masse?

» Slashdot | Yahoo Pulls the Plug On GeoCities

Chi non se lo ricorda Geocities? Alla fine gli avevo preferito Tripod, ma il primo hosting non si scorda mai. ;-)


» Blackout Europe

Mobilitazioni che non servono? Lobby e interessi economici sono sempre troppo influenti quando si parla di leggi e politica: Internet la televisione del nuovo millennio. Evviva.

E se Google balla…

Si chiamava Google Dance.

Una volta accadeva all’improvviso e durava qualche giorno, ora, all’aumentare della capacità di elaborazione, è più un processo continuo e non viene più chiamata così.
All’aggiornamento del database del motore di ricerca i risultati possono subire drastici cambiamenti e chi era ben posizionato per una ricerca, sparisce improvvisamente.
Le cause, comunque, possono essere varie.

Mi era capitato qualche anno fa con il sito delle citazioni ed era durato qualche settimana.
Poco male, essendo un progetto da tempo libero, superata l’arrabbiatura il danno è stato minimo.

In questi giorni sta capitando, invece, con un progetto che seguo per lavoro.
E la cosa è molto meno divertente.

Questo fa riflettere (come è stato già detto e ridetto, lo so) sul potere di Google: quando un sito riceve l’80% e forse di più visite dal motore di ricerca, come può fare senza?
Mi è capitato di osservare un utente medio digitare un indirizzo di un sito che ha trovato su una rivista. Non ha scritto www.chebelsito.it sulla barra degli indirizzi del browser, ma ha scritto chebelsito in Google!
Il nome era sufficientemente particolare da risultare che il primo link era quello giusto, ma con utenti che si approcciano a Internet così… da qui il “dramma” della scorsa settimana: Internet non funzionava più. ;-)

In realtà, a parte i siti creati appositamente per catturare la long-tail delle ricerche, bisognerebbe ripensare la propria presenza in Internet.
Google non si può ignorare e una giusta ottimizzazione aiuta, ma è la fidelizzazione dell’utente, con gli opportuni limiti, come detto prima, deve essere il primo obiettivo.
Certo, difficile quando l’oscillazione delle visite da Google è di diversi ordini di grandezza maggiore di quanto una fidelizzazione possa fare.

Ma sono le sfide più difficili le migliori da vincere, no? ;-)


In questo contesto una domanda che mi fa insieme imbestialire e ghignare, che sia a cena o in un sondaggio, è “quanto tempo al giorno dedichi a Internet”. È come chiedere “quanto tempo al giorno usi la corrente elettrica” o meglio ancora “quanto tempo al giorno dedichi alle persone che ami”. La risposta giusta è “tutto il tempo da sveglia”, non perché sia ossessionata da Internet, dalla luce elettrica o da chi amo (forse da chi amo sì), ma perché sono tre attività pervasive che vanno avanti in parallelo a tutto il resto, anche se molto spesso in secondo piano. 

PI: NoLogo/ No ma io la rete no no, grazie


L’1% dei ragazzi intervistati è stato classificato come ‘utente dipendente’ e sono quelli che conoscevano in dettaglio tutti i termini informatici e li usavano anche nelle conversazioni off-line. Il 16% è risultato ‘abusatore’ (e aveva una buona conoscenza dei termini di internet e li usava discretamente anche nel parlare quotidiano), il 28% è risultato ‘a rischio’ (aveva sufficiente conoscenza della terminologia e assiduo uso), il 42% è risultato ‘problematico’ evidenziando cioè i primi problemi legati alla rete (aveva discreta conoscenza dei termini ma scarso uso), il 13% e’ risultato ‘regolare’ (mediocre conoscenza del vocabolario e uso assiduo nelle conversazioni off-line) 

via Alessandro Longo

Come in tutte le cose la dipendenza esiste (vedi gli esempi di WoW), ma questo sistema di classificazione fa diventare dipendenti solo quelli che conoscono bene gli strumenti che usano. W l’analfabetismo informatico!


Già vedo le orde di madri angosciate che staccano la connessione a Internet ai loro preziosi fiocchi di neve “perché dall’Internet ci passa la droga”. Mi sa che se c’è qualcosa che manda in pappa il cervello, non è la droga via MP3, ma la disseminazione incauta di notizie come questa. 

Paolo Attivissimo